|
|---|
|
|
|
Favole sugli uccelli Il Pavone (Leonardo)
Il
contadino partì, dopo aver chiuso la porta del
cortile.
Il cigno (Leonardo)
Il
cigno piegò il flessuoso collo verso l'acqua e si specchiò
a lungo. Allora capi la ragione della sua stanchezza, e di quel
freddo che gli attanagliava il corpo facendolo tremare come
d'inverno: con assoluta certezza egli seppe che la sua ora era
suonata e che bisognava prepararsi a morire.
I tordi e la civetta (Leonardo)
-
Siamo liberi! Siamo liberi! - gridarono un giorno i tordi,
vedendo che l'uomo aveva catturato la civetta.
Il testamento dell'aquila (Leonardo)
Una
vecchia aquila reale, che viveva da molti anni solitaria sopra
un'altissima roccia, sentì che l'ora della morte era
vicina. Con un grido possente chiamò i suoi figli che
vivevano sulle rocce sottostanti, e quando furono tutti riuniti
intorno a lei li guardò uno per uno e disse:
Il pellicano (Leonardo)
Quando
il pellicano partì per andare in cerca di cibo, un
serpente, ben nascosto fra i rami, cominciò a muoversi
verso il nido.
Il cardellino (Leonardo)
Quando
ritornò nel nido, con un piccolo verme in bocca, il
cardellino non trovò più i suoi figlioli. Qualcuno,
durante la sua assenza, li aveva rubati.
Il falcone e l'anatra (Leonardo)
Ogni
volta che andava a caccia d'anatre, il nobile falcone si
arrabbiava. Quelle anatre riuscivano quasi sempre a beffarlo,
tuffandosi sott'acqua proprio all'ultimo momento, e restando
sommerse più di quanto lui potesse rimanere sospeso in
aria ad aspettarle.
Il corvo malato (Esopo) Tempo fa un cucciolo di corvo assai vivace e irrequieto se ne andava a zonzo tutto il giorno sbirciando in faccende che non lo riguardavano. Ficcava il becco in ogni cosa e non perdeva l'occasione di fare scherzi o dispetti ad ogni animale. Quel mattino però, la sua monelleria lo spinse a compiere ciò che non avrebbe mai dovuto fare. Si intrufolò infatti in una piccola casa situata al limitare del bosco e lesto, lesto rubò un bel pezzo di carne sistemato sul davanzale della finestra spalancata. Per sua sfortuna il contadino fece in tempo ad accorgersi del furto e, senza esitare, colpì il corvo con una pietra. Ecco fatto! Il ladro fu colpito in pieno.Quel pezzo di carne gli costò caro! Ferito e spaventato il corvetto se ne tornò al nido volando piano per il male, quindi si sdraiò sfinito tra le braccia della sua cara mamma. Questa, disperata per le condizioni del figliolo, scoppiò in lacrime sfogando la propria preoccupazione. "Oh, mammina!" Disse il cucciolo "Prega il Signore per me affinché guarisca la mia ferita". La corva colma di tristezza rispose: "Povero piccolo mio, come puoi chiedere al Cielo un miracolo se non ti sei nemmeno pentito del male commesso?" Solo in quel momento il corvetto comprese la sua colpa e giurò a se stesso di non rubare mai più in vita sua. Fortunatamente la ferita riportata durante la scorribanda alla fattoria si rimarginò in fretta e il cucciolo riacquistò le forze. Quando fu completamente guarito poté tornare a svolazzare tra gli alberi ma, ricordandosi della promessa fatta, da quel giorno non toccò più ciò che non gli apparteneva. Aveva imparato a sue spese il significato della parola "furto".
L'aquila e lo scarafaggio (Esopo)
Un'aquila
inseguiva una lepre per catturarla. Questa non sapeva come
trovare aiuto; così, visto uno scarafaggio, il solo essere
in cui il caso la fece imbattere, si diede a supplicarlo. Lo
scarafaggio la rassicurò e, appena l'aquila gli si
avvicinò, prese a scongiurarla perché non gli
portasse via la povera lepre. Ma l'aquila non si curò di
quel piccolo insetto nero e divorò la lepre proprio sotto
i suoi occhi. Cacciata da tutti i luoghi, l'aquila un giorno si rivolse a Giove e lo pregò di procurarle un luogo sicuro, dove poter fare le sue covate. Giove le permise di deporre le uova nel proprio grembo. Ma lo scarafaggio ideò uno stratagemma: fece una pallottola di sterco, volò sopra il grembo di Giove e ve lo lasciò cadere. Il
dio, per liberarsi da quella sporcizia, si alzò in piedi
con uno scatto e, senza rendersene conto, fece cadere a terra le
uova.
Il Nibbio che voleva nitrire (Esopo) Il nibbio, durante il primo periodo della sua esistenza, aveva posseduto una voce, certo non bella, ma comunque acuta e decisa. Egli, però, era sempre stato nutrito da una incontenibile invidia di tutto e di tutti. Sapeva di essere imparentato con l'aquila, ma questo, invece di costituire un vanto, non faceva altro che alimentare la sua gelosia: capiva di essere inferiore e si rodeva dalla rabbia per questo. Invidiava gli uccelli variopinti come il pappagallo e il pavone, lodati e vezzeggiati da tutti. Inoltre, si mostrava sprezzante nei riguardi dell'usignolo, dicendo tra sé: "Sì, ha una bella vocetta ma é troppo delicata e romantica! Roba da donnicciole! Se devo cercare di migliorare la mia voce certamente non prenderò come esempio questo stupido uccello. Io voglio una voce forte, che si imponga sulle altre!" Era un bel giorno di primavera. Il nibbio se ne stava tranquillamente appollaiato sopra un ramo di faggio, riparato dalle fresche fronde della pianta. Inaspettato, giunse un cavallo accaldato che, cercando un po' di refrigerio, andò a riposarsi all'ombra dell'albero. Sdraiandosi con l'intenzione di fare un sonnellino, l'equino, inavvertitamente si punse con un cardo spinoso e, dal dolore, lanciò un lungo e acutissimo nitrito. "Oh, che meraviglia!" Esclamò il nibbio con entusiasmo. Questa é la voce che andrebbe bene per me: acuta, imponente e inconfondibile!" Il nibbio cominciò da quel mattino, ad esercitarsi nell'imitazione di quel verso meraviglioso. Provò e riprovò scorticandosi la gola, ma inutilmente. Quando, dopo molti tentativi senza successo, si rassegnò a tornare alla sua voce originale, ebbe una brutta sorpresa: gli era sparita a furia di sforzarla! Cosi dovette accontentarsi di emettere un suono insignificante e rauco per tutta la vita!
Il nibbio e il serpente (Esopo) Un giovane serpentello se ne andava tranquillo strisciando fra una pietra e l'altra, godendosi i caldi raggi del primo sole primaverile. L'aria era tiepida e carica di un buon profumo di fiori e ogni animale si sentiva rasserenato da quel clima dolce. Il piccolo serpente si muoveva piano nel prato quando all'improvviso una spaventosa ombra si proiettò sul suo cammino. L'animale preoccupato alzò il testino per guardare da dove provenisse la macchia scura e solo allora scopri che un terribile nibbio stava puntando dritto dritto su di lui! Il poverino non ebbe nemmeno il tempo di scappare perché in un lampo il volatile gli piombò addosso afferrandolo con il becco. Il serpente fu, così, sol levato in cielo da quel rapace che, senza avere pietà per le sue grida volò via il più velocemente possibile. "Lasciami andare!" Implorava lo sfortunato animaletto "Non ti ho fatto niente!" Ma il nibbio non l'ascoltò neppure. A quel punto il serpentello si rivoltò su se stesso e con un'abile mossa diede un morso al suo nemico. Finalmente il volatile colpito dal veleno della sua preda fu costretto ad aprire il becco liberando il serpente che cadde a terra senza farsi male Il nibbio invece, con la vista annebbiata e senza più forze a causa del morso velenoso, precipitò sul terreno a peso morto riportando parecchie ferite. Quando il volatile era ancora stordito, il serpentello gli si avvicinò e gli disse: "Ben ti sta! Io non volevo farti del male ma tu mi ci hai costretto e adesso ne paghi le conseguenze!" Trascorsero due giorni interi prima che il nibbio potesse riprendere a volare ma, a partire da quella volta egli si tenne sempre ad una certa distanza da tutti i serpenti!
La cornacchia e la brocca (Esopo) Una cornacchia, mezza morta di sete, trovò una brocca che una volta era stata piena d'acqua. Ma quando infilò il becco nella brocca si accorse che vi era rimasto soltanto un po' d'acqua sul fondo. Provò e riprovò, ma inutilmente, e alla fine fu presa da disperazione. Le venne un'idea e, preso un sasso, lo gettò nella brocca. Poi prese un altro sasso e lo gettò nella brocca. Ne prese un altro e gettò anche questo nella brocca. Ne prese un altro e gettò anche questo nella brocca. Ne prese un altro e gettò anche questo nella brocca. Ne prese un altro e gettò anche questo nella brocca. Piano piano vide l'acqua salire verso di sé, e dopo aver gettati altri sassi riuscì a bere e a salvare la sua vita.
L'aquila e la civetta (La Fontaine) La
civetta, quando vide schiudersi nel suo nido le uova, si sentì
il cuore pieno di felicità e d'orgoglio:
Il Corvo e i suoi piccoli (Tolstoj) Un
corvo aveva fatto il nido , in un'isola. Quando gli nacquero i
piccini, pensò che sarebbe stato meglio trasportarli sulla
terraferma.
La formica e la colomba (Tolstoj) Una formica era assetata e sì avvicinò alla riva di un ruscello. Un'onda la investì e la fece cadere nell'acqua. Una colomba, che passava portando un ramoscello nel becco, vide la formica in pericolo e le lanciò il ramoscello. La formica vi si aggrappò e fu salva. Qualche tempo dopo, un cacciatore stava per catturare la colomba nella sua rete. La formica gli si accostò e gli morse una gamba. Il cacciatore sussultò e si lasciò sfuggire la rete dalle mani. La colomba aprì le ali e volò via.
Il corvo e il piccione (Tolstoj) Un corvo osservò che i piccioni vivono comodamente e sono ben nutriti perché l'uomo pensa a dar loro da mangiare. Si tinse le penne di bianco e penetrò in una piccionaia. Dapprima i piccioni credettero che egli fosse uno di loro e lo lasciarono entrare ma il corvo si dimenticò per un attimo del suo travestimento e gracchiò come un vero corvo. Allora i piccioni lo beccarono e lo buttarono fuori. Ritornò dai corvi, ma questi, spaventati dalle sue penne bianche, lo cacciarono via, come avevano fatto i piccioni.
Il falco e il gallo (Tolstoj) Un falco, addestrato dal suo padrone, quando costui lo chiamava, veniva a posarsi sul suo pugno. Il gallo invece, all'avvicinarsi del padrone, strillava e fuggiva spaventato. Disse il falco al gallo: - Voi galli siete servi ingrati. Correte dai vostri padroni soltanto quando avete fame. Noi, invece, uccelli selvatici, siamo ben diversi: siamo più forti e più veloci e non fuggiamo quando gli uomini s'avvicinano. E se ci chiamano, corriamo e ci posiamo sul loro pugno. Non dimentichiamo ch'essi ci danno da mangiare -. Rispose il gallo: - Se voi non fuggite all'avvicinarsi dell'uomo, è perché non avete mai visto il falco allo spiedo, mentre noi non vediamo che polli arrosto -.
Il passero (Turghenieff) Venivo dalla caccia e camminavo per il viale del mio giardino; il mio cane correva dinnanzi a me. Improvvisamente vidi un piccolo passerotto che era caduto dal nido e pigolava lamentosamente. Il cane si avvicinò ma improvvisamente un vecchio passero cadde come una pietra proprio davanti al cane e con un grido disperato saltò verso quel muso spalancato : si era precipitato nonostante il suo terrore per salvare il suo piccolo, una forza più possente della sua volontà lo aveva precipitato abbasso. Il cane si fermò, pure lui aveva riconosciuto questa forza. Mi affrettai a richiamarlo, colpito da ammirazione per questo piccolo eroe.
Dacci una mano, e firma le petizioni, è un piccolo gesto che può salvare diverse vite. |