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Questa
è la storia di Akela, il mio lupetto...

Questa è
la storia del mio Aky.
Tenetevi
forte, non ho mai avuto modo di raccontarla bene, quindi temo che
mi dilungherò un po’, purtroppo è sempre
stato un mi difetto non riuscire a sintetizzare le cose, e
sintetizzare questa storia per me sarebbe un po’ come
deturparla… perché è talmente bella da
sembrare venuta fuori da un libro di fiabe, anche se è
tutto verissimo…
Da dove
comincio? Potrei cominciare da un vecchio filmato che ho a casa.
A dirla tutta è un filmato orrendo…e io lo guardo
pochissime volte, in più è ancora su una vecchia
videocassetta (la tecnologia non è il mio forte…).
In questo filmato compaiono un luogo che sembra l’anticamera
dell’Inferno, un esorbitante numero di cani maltrattati nei
modi più svariati e un tizio che non so come definire (o
meglio,che so come definire ma che preferisco rimanga
indefinito). In quel posto ci sono alcune roulottes, non
tantissime per la verità, un soprannumero di catene,
condizioni igieniche pressocchè disastrose (l’improvvisato
cameraman si sofferma a lungo sullo stato indescrivibile del
lavandino). Ci sono alcune pecore, ma per la verità questo
posto è popolato da cani… centinaia di cani, cani
ovunque… rinchiusi senza cibo, luce o acqua nelle
roulottes, incatenati sotto le roulottes, legati a cortissime
catene attaccate ad alberi, sotto il sole, senza un goccio
d’acqua,alcuni hanno collari talmente stretti che gli si
conficcano nella pelle del collo, alcuni sono completamente
ricoperti di rogna, la magrezza di tutti è ai limiti della
sopravvivenza, alcuni sono chiaramente in fin di vita. Ci sono
dei ragazzi che fanno di tutto per mostrare le condizioni dei
cani: aprono le finestre delle roulottes, indicano le ferite,
dispensano cibo e carezze, mostrano i cumuli di escrementi nei
quali gli animali con la catena corta sono costretti a essere
immersi. E poi ogni tanto compare questo tizio, questo mostro,
che parla ai ragazzi impartendo ordini e riempie di calci e
ingiurie le povere bestie. Il cameraman riesce a rubare un primo
piano di questo essere che non riesco ancora a definire uomo, e
nemmeno la parola mostro gli si adatta troppo. Per il resto le
scene in cui compare lui sono purtroppo confuse, immagino per
evitare che qualcuno si accorga della presenza di una telecamera.
Ma la voce si sente benissimo, nonostante il continuo abbaiare
dei cani sia assordante, e il bastone che brandisce parla chiaro.
La scena più brutta si svolge all’interno di una
roulotte dove c’è una cagnetta con i suoi cuccioli.
La cagnetta cerca di uscire, o di spostarsi, non si capisce bene:
partono botte a raffica, unite alle urla del mostro, che la
chiama ripetutamente “puttana”.
A un certo
punto, la telecamera riprende il boschetto circostante…si
intravedono tre cani uscire da un sentiero. C’è un
rapido zoom ed è possibile vedere una femmina di incrocio
pastore bergamasco seguita da un cucciolone magro con le zampe
grosse, completamente nero, e da un golden retriever enorme. I
tre rimangono con le orecchie dritte per un po’,
indecisi…poi scappano verso il bosco. Il cane nero è
il mio Akela.
Che era
successo? È presto detto. Quello che io ho due volte
chiamato mostro, e che spesso ho sentito chiamare “pastore”
a causa della presenza delle pecore, viveva in quelle roulottes
su un terreno di proprietà del comune e si era messo a
raccogliere cani abbandonati. Stando a numerose testimonianze lo
faceva perché, con tutti quei cani, per il comune era
praticamente impossibile sfrattarlo… sto parlando infatti
di centinaia di cani, in uno spazio davvero ristretto…più
ne aveva, più gliene arrivavano: se lui era un mostro,
c’erano in giro tantissimi altri piccoli mostri che non
potendo o non volendo tenere il proprio cane, glielo portavano.
Lui non rifiutava mai di tenerli. Il comune aveva un canile,
ovviamente saturo. In un certo senso, il “pastore”
faceva comodo. Ovviamente purtroppo i cani in quelle condizioni
non sopravvivevano molto…non è stato calcolato
quanti ne sono morti, ma si racconta (non ho verificato) che
scavando nei dintorni si possono ancora trovare le ossa di quegli
innocenti che in quell’inferno ci hanno lasciato la pelle.
Il “pastore” aveva l’accortezza di non
eliminare le cucciolate… in quel filmato si vedeva
chiaramente come la madre fosse tenuta segregata con loro perché
li allattasse. Era anche successa questa cosa abbastanza
singolare.. alcuni cani erano riusciti a scappare da quel posto e
avevano cominciato a vivere, liberi, nel boschetto circostante,
formando un piccolo branco che si avvicinava al posto dove viveva
il “pastore” soltanto per rubare da mangiare, e per
questo erano spessissimo generosamente bastonati. Akela è
figlio di quei cani, di questo si ha quasi la certezza. Nel
filmato infatti non è altro che un cucciolo, non avrebbe
potuto scappare da solo dall’aguzzino, e aveva un legame
molto forte con la femmina di pastore bergamasco, battezzata in
seguito Ariel, la quale aveva visibilmente allattato, secondo
certe testimonianze. E’ dunque estremamente probabile che
il mio cane sia l’unico sopravvissuto di una cucciolata
venuta al mondo in quel bosco; non so dire, invece, se i suoi
genitori erano scappati da quel luogo o se loro stessi erano
figli di cani fuggiti. Udite udite, che gli allevatori e i
comportamentalisti inorridiscano: qui, accucciato ai miei piedi,
non solo c’è un cane che non ha avuto alcun tipo di
imprinting nei primi mesi di vita, i più delicati; ma
addirittura ha avuto un imprinting assolutamente negativo con
l’uomo, e il binomio cibo-bastonate è impresso nella
sua mente in maniera ormai indelebile purtroppo.
Stiamo
parlando del 1997, così riporta la data del filmato che ho
conservato. Sembrava che nessuno volesse sapere di quel
postaccio, che tutti se ne strafregassero… ma un
giorno,una persona normalissima, dalla cima di un alto condominio
vide quello che succedeva in quello spazio, che era a cielo
aperto ma circondato sapientemente da una altissima recinzione.
Con l’aiuto di un binocolo assistette alle scene. Faceva
parte di un’associazione che non nominerò, ma è
una delle associazioni animaliste più conosciute. Ha
presentato il problema ai soci, ma per motivi che non posso
immaginare la maggioranza di loro ha sottovalutato la cosa.
Allora un gruppo, un piccolissimo gruppo di persone, si è
disiscritto e ha cominciato ad occuparsi del problema. Ovviamente
il “pastore” era reticente all’idea di fare
entrare degli sconosciuti nel suo regno… ma dopo un po’
di insistenze, portando cibo per cani e denaro, i nostri sono
riusciti ad entrare. A questo punto gli si è presentato
davanti uno spettacolo che, a detta di tutti, era molto peggio di
quello che posso vedere nel mio filmato…i volontari
cercarono di migliorare un po’ le condizioni dei cani e poi
decisero di nascondersi addosso delle telecamere…quello
che ho io è solo uno dei tanti filmati che sono stati
realizzati.
Riuscirono
nel loro intento: il comune allontanò il “pastore”,
la storia venne pubblicata su giornali locali…sempre il
comune assegnò ai volontari “in eredità”
il luogo del terrore e i cani che erano rimasti lì dentro,
circa trecento… e assegnò loro il compito di
affidarli in pochi anni, perché il terreno serviva per il
polo fieristico che stava per essere costruito (veramente questo
terreno è ancora oggi inutilizzato). Una volta costruite
delle specie di gabbie con materiali di recupero, i volontari
cercarono di recuperare anche i cani selvatici che si trovavano
nel bosco. Alcuni si lasciarono catturare…altri sparirono
(il golden retriever non è stato più visto)…altri
ancora (Akela e Ariel) tenevano duro. Per prendere questi due
cani è stato necessario sedarli.
Mi hanno
raccontato che Akela è stato chiamato così appunto
perché era l’ultimo maschio del “branco”
ad essere catturato, e qualcuno lo aveva immaginato come “capo”
del piccolo branco…in realtà lui era solo un
cucciolo, il capo “vero” era ovviamente la femmina .
Inoltre ho saputo che i primi giorni di gabbia sono stati per
quello che sarebbe diventato il mio cane molto ma molto
difficili, e che lui mostrava parecchi segni di aggressività.
Akela aveva quell’imprinting negativo con l’uomo che
non gli permetteva di fidarsi degli esseri a due gambe; ma a
causa della inevitabile selezione severissima di quell’inferno,
era anche un cane dall’intelligenza straordinaria, era
fisicamente molto forte e possedeva, cosa più importante
di tutte, un’ incredibile capacità di adattamento.
Passato il primo periodo, Akela divenne decisamente mansueto
anche con gli esseri umani. Ovviamente questo è uno solo
dei tanti piccoli miracoli compiuti dall’amore senza
confini dei volontari…ma non significava affatto che Akela
riuscisse a instaurare con loro un rapporto normale, come tutti
gli altri cani… tutti i cani, proprio tutti, anche se
maltrattati all’infinito credono negli esseri umani, e sono
disposti a dare loro una seconda possibilità. Magari non
subito, magari solo a una persona che scelgono con cura…magari,
purtroppo, solo per poco tempo. Ma la fiducia negli umani sono
sempre capaci di ritrovarla. Akela no, per lui non era così…lui
tollerava quegli strani esseri a due gambe, si fidava di loro
perché doveva farlo, ma non poteva “amarli”,
non facevano parte del suo branco mentale insomma. Era sempre
pronto all’eventualità che qualcuno tirasse fuori un
bastone.
Siamo nel
1999…quell’anno ha determinato una svolta
incredibile nella mia vita (vado a “il bivio”??? ).
Amavo i cavalli, andavo a cavallo da tempo. Senza scendere nei
particolari, un giorno ho fatto una bruttissima caduta.
Ovviamente mia madre mi ha proibito di vedere un cavallo per il
resto della mia vita (sèèèèèèèè
). Un giorno trovo un volantino di quelli da buttare. Parla di
adottare un cane a distanza. L’idea mi piace, e anche se i
cani mordono riesco a ottenere il permesso di iniziare a fare
volontariato…quando arrivo al rifugio improvvisato da quei
volontari di cui vi ho parlato all’inizio era già
successo il miracolo. Per merito dei giornali, di alcune
apparizioni televisive, della sensibilizzazione continua nei
confronti della gente della mia città e dintorni, i cani
che erano rimasti erano… sei. Sei, su trecento e passa. Un
vero miracolo. Non potrò mai dimenticare quei primi sei
amici coi quali ho iniziato l’avventura che mi avrebbe
portata alla facoltà di veterinaria…mi sono
avvicinata timidamente, non sapevo nulla sui cani, mi hanno
insegnato tutto loro sei… ma la prima volta che ho fatto
il giro per vederli alla terza gabbia ho avuto un brivido. Un
brivido, la pelle d’oca insomma. Una ragazza gentile mi
stava presentando i cani. Appena lei appoggiava la mano sulle
sbarre della gabbia, tutti correvano a leccargliela…
tenerissimi…ma in quella terza gabbia, solo la femmina si
avvicinò alla mano. Sono rimasta per qualche secondo a
guardare incantata quel lupo (lupo, sì, ho proprio
pensato: lupo ) che se ne stava in un angolo. Era completamente
nero, aveva il pelo, lucidissimo nonostante i cani da canile non
siano mai propriamente puliti. Il suo mantello serico brillava
nell’ombra, il suo sguardo fiero ma al tempo stesso
diffidente nei miei confronti non si perdeva ogni mio minimo
movimento.
“Lui è
Akela” disse la ragazza “Non avere paura, non fa
niente.”
Paura?? No,
che paura… ero immobilizzata, ma era un’altra la
sensazione che si era impossessata di me… era una
sensazione indefinibile, che non avrei provato più nella
vita. Ma per definirla mi sono dovuta inventare qualcosa, e
allora dico sempre che era simile alla nostalgia…ma solo
simile…perché era simile anche a quello che si
prova quando ritrovi una cosa che ti era cara nella tua infanzia,
della quale ti eri completamente dimenticato…tho, dici a
te stesso, mi piaceva così tanto questa cosa, come ho
fatto, crescendo, a dimenticarmela?...ed era simile anche a
quando cerchi di ricordarti le parole di una vecchia canzone, e
ti scappa una frase, e stai lì a pensarci tantissimo ma
non te la ricordi, e poi proprio mentre non ci pensi ti balza in
testa…ecco, ho provato tutte e tre queste sensazioni, e
forse pure qualcos’altro, io, quando ho visto per la prima
volta il mio Akela. Vite precedenti? Non so se crederci, ma ogni
tanto ci penso. Comunque sia, era destino, al destino ci credo
eccome. Ecco che il destino mi fa esclamare, davanti a quella
ragazza:
“Se
fossi qui per prendere un cane sceglierei quello”
“Bhè”fa
lei, in effetti è uno dei più belli.”
Ma no, non
era così, non era solo bello. Era stupefacente, ma non per
la sua bellezza. Per la sua fierezza, per la sua nobiltà…lui
era lì, sporco, in quella che sembrava la caricatura di un
canile(le gabbie, lo ricordo, erano fatte con materiali di
recupero), era a terra praticamente, e nonostante tutto sembrava
pulitissimo e fiero come un cane di razza a un concorso. O
meglio, come una tigre in una stretta gabbia da zoo.
E dentro a
quegli occhi freddi da lupo si poteva vedere non solo che aveva
sofferto molto ma che non te l’avrebbe mai confidato,
perché lui a differenza degli altri cani non aveva bisogno
degli esseri umani, ma anche che doveva avere, sotto sotto, una
natura molto dolce…quegli occhi neri così profondi,
così grandi, così “femminili”…
non potevano non essere dolci.
“E’
proprio uno dei più belli. Vedrai che sarà adottato
presto”.
Io adottai a
distanza una cagnetta incredibilmente tigrata che avevano
chiamato Shere Kane (fantasia portami via…), e poi mi
legai molto al cane mordace della situazione, il mio piccolo Rud.
Ma Akela lo avevo in testa sempre.
La ragazza
aveva ragione, Akela venne adottato prestissimo. Una volta, due,
tre, quattro…ho perso il conto. Succedeva sempre così:
o Akela scappava durante la prima notte senza che nessuno se ne
accorgesse evadendo in maniera quasi magica e rimaterializzandosi
davanti al cancello scalcinato del rifugio (Lassie è
NIENTE in confronto a ciò che sanno fare i cani veri) o
addirittura davanti alla sua gabbia o, le volte che veniva
adottato in appartamento, il giorno dopo i suoi nuovi padroni si
materializzavano con lui davanti al cancello scalcinato del
rifugio. Lo riportavano indietro, come si fa con un oggetto
acquistato e difettoso… succede spesso, purtroppo, nei
canili. E Akela era difettoso. Non era un cane normale.
“Non
da’ affetto” erano le tre parole che accompagnavano i
suoi ritorni. Parole che mi rimbombavano in testa come
proiettili, mi sarebbe tanto piaciuto rispondere a tono . Bhè,
Akela con un eufemismo veniva spesso definito “indipendente”.
La verità è che lui il suo affetto non lo regalava
a vagonate come gli altri cani, non a degli emeriti sconosciuti
poi. Aveva paura, certo, aveva paura degli esseri umani, ma non
era solo questo: lui era l’unico cane a vederli come erano
davvero, dei perfetti estranei rispetto alla sua specie!non
potendo fidarsi di loro, come avrebbe potuto dare loro affetto? E
come dargli torto, soprattutto??? Entravo nella sua gabbia, me lo
stringevo e me lo coccolavo come fosse stato un cucciolo. Che
esseri crudeli, come si può pretendere da un lupo
l’affetto tipico di un cane, e dopo una sola notte???facevo
ancora il liceo e i professori mi torturavano col greco e il
latino, e allora io gli parlavo e gli recitavo quei versi di
Saffo che ora non ricordo quasi più, che dicono più
o meno: “Sei come una rossa mela che alta rosseggia sul
ramo più alto…ma non l’hanno vista i
coglitori? Sì, l’hanno vista, ma non hanno saputo
raggiungerla…”. Sì, bhè, lo so che
sono scema , ma io così facevo. E secondo me la parte più
profonda del suo cuore capiva quelle parole. Akela affetto
veramente non ne dava nemmeno a me, era fatto in un modo che
sembrava sopportare coccole e attenzioni. Ma non era così,
a lui le coccole piacevano, vecchio furbone, solo che non era
bravo nel chiederne, e nel darne. In compenso, il suo rapporto
con i cani suoi simili era a dir poco fantastico. Akela era un
cane equilibratissimo, con qualunque compagno di gabbia, anche
con i maschi. Quando doveva sottomettersi lo faceva, senza alcun
problema, e si lasciava guidare dal dominante. Quando invece era
il nuovo venuto a sottomettersi, lui ricopriva il ruolo di capo
nel migliore dei modi. In questo caso era il primo a mangiare, ma
si accertava sempre che le femmine o gli eventuali cuccioli
mangiassero a sufficienza. Una volta l’ho visto aggredire
un suo sottoposto: questo perché questo secondo cane
continuava a mordere un terzo, che aveva assunto posizione di
sottomissione. Era un capo che non tollerava le ingiustizie,
quando era capo.
Io e lui
siamo diventati un binomio inscindibile ben presto…come
facevo a non adorarlo, il mio lupo? Abbiamo più volte
partecipato a sfilate di beneficenza…allora mi prendevo
cura del suo splendido mantello, e lui sfilate ne ha fatte così
tante e spessissimo ci piazzavamo bene. Altre volte facevamo solo
la sfilata dei cercafamiglia, e magari la famiglia la
trovavamo…ma finiva sempre male. Quello che è certo
è che io non sono assolutamente il tipo ma lui è
nato per fare sfilate. E’ bellissimo e sa di esserlo. Ha un
portamento fiero e orgoglioso, a volte sembrava che gli avessi
insegnato a “piazzarsi”. Più di una volta mi è
stato chiesto di che razza era e dove l’avevo comprato! Ma
no, era un meticcio, meticcio da generazioni, provenienza canile
e pure disponibile gratuitamente. Ma niente.
Riassumendo,
Akela ha passato il suo primo anno di vita, più o meno,
libero nel bosco; poi si è sparato la bellezza di otto
anni di canile ininterrotti. Otto. Oramai facevo veterinaria e il
greco e il latino me li scordavo (non che li rimpianga troppo),
ma continuavo a stringerlo e anche se Saffo non la sapevo più
gli canticchiavo qualche canzone. Il suo bel pelo nero ora non
era più così tanto nero…in certi punti
appariva argentato (meraviglioso, ugualmente); il suo muso oramai
era bianco, e negli occhi cominciava a formarsi quella sfumatura
color della notte che copre come un velo di seta gli occhi dei
cani anziani, quasi ad indicarci che ciò che dovevano
vedere lo hanno visto, ed ora il mondo a loro può apparire
sfumato, perché tanto ormai ne hanno scoperto il senso…
(d’accordo! La veterinaria sconfigge la poetessa, e va
bene. Si chiama nucleosclerosi senile, volgarmente definita
cataratta senile, ma io preferisco velo della notte). Il mio
Akela era nell’autunno della sua vita, si approssimava al
tramonto…e la cosa che faceva male era che non aveva
affatto scoperto il senso della sua esistenza, non era mai stato
felice, non sapeva ancora cosa voleva dire essere un cane…perché
lui è un cane, anche se dico che è un lupo…e,
soprattutto gli avevano tolto per moltissimi anni una cosa che
per lui doveva essere stata incredibilmente importante…molto
più importante di quanto lo sia per molti cani…la
libertà.
I miei
genitori, capitanati da mia madre , non volevano saperne
assolutamente di cani in casa. Ma per uno strano gioco del
destino, per una serie di coincidenze assurde (astrali???) mio
papà realizzò il sogno della sua vita comprandosi
una casa con giardino. Tutta da ristrutturare… ma una
volta ristrutturata mia madre non avrebbe potuto opporsi alla
presenza del cane.
Non vedevo
l’ora, e pregavo perché Akela…insomma, perché
Akela rimanesse vivo e vegeto fino a quel giorno… ecco sì,
Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita, ma
purtroppo non è una cosa rara che gli angeli o chi per
loro si vengano a prendere i cani quando sono a un passo dalla
felicità…ma non vennero gli angeli, no. Venne una
bambina, un diavoletto. E scelse Akela. Ovviamente io non potevo
oppormi alla cosa, né volevo farlo…Akela poteva
essere felice prima del previsto, sarebbe stato da egoisti
impedirglielo. Ma quella bambina era davvero un diavoletto, nei
cinque minuti dell’adozione gliene ha fatte tante ma tante
che l’avrei presa a sberle. Non si tratta un lupo in questa
maniera…comunque la mamma pareva ragionevole, speravo che
col tempo riuscisse a presentarle quello sconosciuto che si
chiama Rispetto Per La Vita, un tizio che davvero sono in pochi
ad averlo incontrato e ad averci fatto quattro chiacchiere,
quanto basta per conoscerlo un po’. Però non lo
nego, quando la macchina è partita ho pianto. Io sono una
piagnona, ma piango da sola. Non piango MAI in pubblico,
qualunque cosa accada. Akela è riuscito a farmi piangere
in pubblico.
Tra l’altro
inutilmente, dal momento che la mattina dopo si erano tutti
rimaterializzati davanti al cancello. Akela non era stato
accettato dal gatto di casa . Veramente ho pensato che fosse una
scusa…adesso che lo conosco meglio so che non lo è.
Akela le prende dai gatti…e tanto. No, perché a lui
piacciono, vuole per forza annusarli, e li rincorre, e vuol
giocarci (secondo me pensa che siano cani…)…e le
prende.
Tornando a
noi, ero a un passo dall’adozione ormai… ho
incominciato
col portarlo a casa il fine settimana. Questo per rendere meno
traumatico questo incredibile cambiamento che sarebbe avvenuto
presto nella sua vita, ma anche per rendere meno traumatico per i
miei genitori l’impatto con un “cane”, un
essere vivente diverso da un essere umano, un essere vivente che
non era confinato in una gabbia, un essere che respirava e che
era in grado di compiere gesti volontari quali muoversi
all’interno di una stanza, decidere di bere, guardare fuori
dalla finestra…cose del genere.
Durante
quelle brevi visite io ero felicissima…mi prendevo cura di
lui continuamente, lo sommergevo di coccole ed attenzioni, lo
ripulivo accuratamente…era bellissimo , era bellissimo
avere un cane in casa. Ed era terribile riportarlo la sera.
Veramente lui non soffriva affatto per questa cosa… si
comportava come se si trattasse di una gita, e poi era ben felice
di ritornare al suo branco originario. In casa mia si comportava
come il cane perfetto che tutti vorrebbero avere…mai una
pipì, mai uno sgarro, sembrava desiderare soltanto una
copertina sulla quale rilassarsi per un giorno lontano dallo
stress del canile…era curioso, ma esplorava in maniera
discreta, imparando presto a non spaventarsi per quegli strani
oggetti che producevano rumori o per quella manopola che se
girava faceva uscire acqua da un tubo…inoltre imparò
a fare le scale senza paura, e successivamente riuscì
anche a non avere paura dei miei genitori. Ancora in un periodi
successivo, affrontò coraggiosamente la sua paura per i
bastoni e simili, rimanendo fermo ma comunque attentissimo se
qualcuno maneggiava in casa oggetti simili a scope; ma non riuscì
mai, mai a mangiare, qualunque cosa gli venisse offerta. Nutrirsi
era la sua paura più grande…
Il giorno
dell’adozione cadde in un periodo decisamente difficile
della mia vita…..il più difficile in assoluto non
credo di riuscire a parlarne in maniera diffusa, (è
decisamente problematico perché c’entra un argomento
che è per me ancora molto delicato…il cibo,
l’essere vegetariani, vegani, il mio non essere nessuna
delle due cose ma forse scrivendo cercherò di rendere
l’idea…..probailmente però non riuscirò
a spiegarmi bene ) ho avuto diverse delusioni in ambito affettivo
e anche con lo studio andava tutto malissimo…ero iscritta
a veterinaria da parecchio, e cominciavo a credere di non
azzeccarci niente con i veterinari, io. Mi era piovuta addosso
direttamente quell’ondata di crudeltà nascosta
dietro agli allevamenti, non solo quelli degli animali da carne,
ed ero stata travolta completamente dall’indifferenza
totale non solo dei professori, ma anche dei miei compagni,
quelli che un tempo credevo amassero gli animali, quelli che un
tempo gli animali li amavano veramente…come ho già
detto, non sono diventata né vegetariana né vegana
(è difficile per me spiegare perché, doveva essere
la cosa più sensata…vegana, più che
vegetariana…ma non è andata così, non c’era
niente di sensato in quel periodo, che ricordo fortunatamente
solo come un brutto incubo…mi sentivo in colpa anche per
le piante, che vivono e soffrono,nel senso…io amo gli
animali, ma come faccio a decidere che la vita di un animale è
più importante di quella di una pianta ? Chi sono, io, per
deciderlo? Ma mi sentivo in colpa anche per gli esseri umani, per
tutti…mi dicevo che stavo esistendo a discapito di molti
altri, tutti migliori di me…e maledicevo quel Dio che
aveva creato la legge secondo la quale dobbiamo tutti, per forza,
ammazzarci a vicenda per vivere… ) quindi il disagio che
io provavo nei confronti di quella realtà a dir poco
assurda non era riconducibile solo ai sensi di colpa riguardanti
il cibo, che finalmente sapevo da dove proveniva…c’era
anche qualcos’altro infatti…no, per fortuna non ho
mai pensato al suicidio, io… forse solo per vigliaccheria.
Volevo sparire, però, volevo non esistere più, e mi
stavo dirigendo a grandi passi verso una delle più comuni
malattie riguardanti, appunto, il cibo. Solo che io non facevo il
conto delle calorie…ma il conto delle crudeltà
inferte agli animali e alle piante, e un uovo , un bicchiere di
latte, una fetta di carne o anche solo un’arancia per me
significavano tutti una lunga catena di porcherie, che avrei
sinceramente preferito non conoscere, e che si celavano dietro
anche ad alimenti che non erano affatto carne…è per
questo che non sono diventata vegana…l’essere solo
vegetariana ai miei occhi appariva come un controsenso,
significava rinnegare la metà delle crudeltà che ho
visto inferte ad animali, mentre l’essere vegana poteva
essere la soluzione, non tanto per dirmi che non avrei ucciso
nessuno per vivere: sarebbe stata una bugia, le piante vivono…ma
quanto per il boicottaggio di tutte le sofferenze inferte agli
animali, tutte, in blocco, da questa società del cavolo
basata sul commercio, ho pensato di diventarlo.
Ma non
riuscivo a mettere animali e vegetali su piani diversi…
tutto era uguale per me, tutto dall’uomo veniva e l’uomo
portava solo sofferenza e morti atroci, sia ad animali che a
vegetali, e anche ai suoi simili sfruttati sempre per il
commercio…ben presto non fu solo il cibo, il problema, ma
tutto ciò che usavo, che consumavo, tutto ciò che
mi circondava…dietro a tutte queste cose c’era una
lunga catena di atrocità, e ormai lo sapevo e ne ero
complice. Ma i sensi di colpa per il cibo erano fortissimi, e non
volevo mangiare niente, ma poi prendevo e mi abbuffavo di dolci
come un’idiota. Nonostante i sensi di colpa mi assalissero
ancora più violentemente dopo le abbuffate e mi
costringessero sempre più spesso ad eliminare quel cibo
perché mi facevo troppo schifo, ho messo su quindici chili
in più in soli sei mesi e già non ero un
figurino…inoltre cominciavo a soffrire di emicranie
assurde, e io nella vita sono sempre stata maledettamente
sana…“quando il mio angelo sarà con me…sarò
tutto finito”, pensavo. No, purtroppo per me e soprattutto
per lui non è andata così.
Ho passato
interamente in bagno la notte che doveva precedere il giorno più
bello della mia vita…vidi l’alba dalla finestra,
quella mattina, era bellissima…e io mi odiavo per avere
rovinato impunemente a quella maniera quel giorno meraviglioso…
I primi
giorni dopo l’adozione sono stati orrendi…Akela
voleva scappare, gli leggevo il panico negli occhi dal momento in
cui aveva capito che questa volta non sarebbe tornato al suo
branco. Inoltre, si è rifiutato di mangiare qualunque cosa
nell’arco di quella prima settimana. I miei genitori non
aiutarono affatto, anzi sono stata molto contenta di avere avuto
l’accortezza di intestare quel cane a me…ma più
il tempo passava più mi chiedevo se non gli stavo facendo
del male invece che aiutarlo…aveva cominciato anche a fare
incubi…accarezzarlo mentre dormiva era peggio…ma ho
imparato presto che bastava parlargli dolcemente, e l’incubo
se ne andava…poi, dopo circa una settimana, è
scattata una molla: Aki stava benissimo a casa mia. Si era
semplicemente adattato, poveretto…aveva usato quella che
ho definito come la migliore delle sue qualità, la
capacità di adattamento. E si era adattato a fare parte di
un branco di esseri umani. Veramente io volevo tanto una compagna
per lui … ma mia madre non è assolutamente stata
d’accordo…
Dunque,
Akela era con me e si era adattato in qualche modo a vivere con
noi…in quel momento ogni tanto mi riprendevano le
crisi…l’ho detto, non c’era niente di
razionale in quel genere di cose… ma qualcosa era
cambiato. Adesso non ero sola. Io non lo volevo far soffrire…non
lui, che aveva già sofferto tanto…funzionava così:
quando non mi alzavo dal letto, lui saliva ai piedi del letto e
mi guardava preoccupato. In casa mia per lui è
vietatissimissimo salire sul letto, o anche solo entrare in
camera da letto, perché nella Bibbia Della Medicina
Secondo Mia Mamma c’è scritto che“gli animali
portano un sacco di malattie”. Bhè, quando io stavo
a letto e non mi alzavo lui era lì. Non c’era porta
che non aprisse, non c’era genitore che lo spaventasse e lo
riconducesse al suo posto da cane, non c’era bocconcino
prelibato che lo facesse allontanare da me. Lui capiva che io
stavo male. E mi guardava. Come si può dimenticare quello
sguardo? Si tratta del ricordo più bello che ho di quel
periodo. Akela si era accorto che non stavo bene. Mi sembrava
perfino che parlasse
“Che
c’è? Stai male? Non preoccuparti. Sono qui, io non
ti lascio.
Piangi?
Ecco, questa è la mia pelliccia. Non ti lascio.
Sei triste?
Presto passerà. Nel frattempo non ti lascio. Ricordati che
sto con te ”
Se mi alzavo
per andare in bagno, lui mi girava intorno, contento.
“Stai
bene? Visto che stai bene? Andiamo in giro? Mangiamo qualcosa?”
Se in bagno
ci stavo “troppo” lo sentivo piangere, leggermente,
sussurrando, da fuori dalla porta. E mi sentivo un verme.
Se tornavo a
letto, poco male. “Stai ancora male eh? Non
preoccuparti…sono qui! ”
Bhè…sfido
chiunque a non rimettersi in piedi, a non guarire completamente,
a continuare a desiderare di non esistere quando vedi che un
animale del genere desidera ardentemente che tu viva. Akela ha
fatto per me ciò che era più naturale: mi è
stato vicino. Non riesco ancora a descrivere quanto è
stata importante per me questa cosa… piango ancora, se ci
ripenso. Il mio Principe mi ha fatto guarire, proprio lui che
l’inferno lo ha visto molto più da vicino rispetto a
me, proprio lui che ha tutt’oggi un rapporto col cibo più
problematico del mio…oddio, che vergogna… e io
adesso sto bene, a distanza di una anno e mezzo posso dirlo: sto
bene. Se non fosse stato per lui, quando e come mi sarei
rialzata? Non che ancora adesso il rapporto con le cose che
studio e quelle che mangio sia un idillio…e quando sono
sotto stress ripartono le emicranie. Ma c’è Akela ai
piedi del letto ad aspettarmi, a dirmi che finchè c’è
lui niente potrà farmi stare male davvero…
Aky è
diventato la mia ombra. Mangia solo in mia presenza, anche se gli
viene offerto qualcosa di molto buono. Vorrebbe seguirmi ovunque
vado; se mi assento da casa lui si accuccia e non fa niente…
non mangia, non beve, non dorme. Aspetta. Ansia da separazione,
pare…tipiche, nei cani che sono vissuti tanto al
canile…purtroppo ci posso fare ben poco, non riesco a
portarlo ovunque…e al mio ritorno, all’inizio mi
girava intorno, apparentemente felice. Spesso mi guardava da
lontano, a volte si svegliava, scopriva che non ero più in
stanza con lui e mi cercava…quando mi trovava sembrava
felice. Sembrava che volesse dimostrarmi il suo affetto ma che
non fosse sicuro di sapere come fare… da qualche parte, in
“Zanna Bianca”, c’è scritto che Zanna
Bianca dopo avere conosciuto il suo ultimo padrone sembrava un
innamorato che non sapeva come dichiararsi. Così sembrava,
il mio Akela. Gli ho insegnato “zampa”, una
cavolata…ma lui ha capito che questa cosa mi faceva felice
e non mancava mai di porgermi la zampa, lo fa ancora adesso,
circa cinquanta volte al giorno…poi, il vero miracolo.
Akela ha cominciato a scodinzolarmi. E a farmi le feste. Lo devo
filmare, al canile non ci credono. Akela mi fa le feste come un
cane normale…anche se per me è un lupo, sotto sotto
da qualche parte, lui ha riscoperto di essere un cane davvero…
"Eccolo, il cane che non da' affetto. eccolo, il cane
apatico!!!"gli dico sempre, quando torno a casa...
L’altro
ieri ha fatto una cosa che mi ha fatto quasi piangere dalla
commozione: mi ha rubato un biscotto. Sembra una scemenza, eh? Ma
lui ha sempre pensato che mangiare portasse inevitabilmente alle
botte…rubare del cibo, poi, era una cosa che non si
sarebbe mai permesso…non se non avesse avuto la certezza
che nessuno gli avrebbe fatto del male. E’ una prova di
fiducia… al mille per cento, nei miei confronti!
La storia è
finita...ma io spero che duri ancora molto, molto tempo.
Scritto
da Akyaky (Stefania De Maso)
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